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Sardegna: tradizioni di Natale PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Lucia Meloni   
Mercoledì 21 Dicembre 2011 00:00

In Sardegna le tradizioni squisitamente natalizie non sono assolutamente legate alla tradizione antica della nostra isola… ma naturalmente l’arrivo della globalizzazione anche minima che ha investito la nostra Regione, grazie agli influssi provenienti dalle altre zone della penisola ed estere ecco che il Natale è diventato festa da onorare con tutti i crismi che spettano a una ricorrenza che ha  aspetti comunque arcani e antichi legati a riti nostrani; il tutto ci riporta a credenze antichissime legate ad un substrato religioso, punto di incontro armonioso tra il sacro ed il profano, di origine pre-cristiana. Iniziamo con un aspetto del tutto caratteristico relativo alla denominazione in dialetto dei mesi dell’anno: il calendario sardo tradizionalmente non cominciava con il mese di gennaio ma con quello di settembre che è detto appunto “capudanni”; poi a seguire ottobre  “mesi de ladamini” (mese del letame), novembre “mesi se is mortus”, ed ecco arrivare al riferimento natalizio con dicembre che veniva chiamato “mes’e idas, nadale, paschixedda (piccola pasqua, un altro modo per intendere le festività natalizia, ritenuta di importanza inferiore alla “pasca manna”, la pasqua grande, ossia la Pasqua di Resurrezione). Poi gennaio “bennarzu”, febbraio “friaxiu”, marzo “marzu”, aprile “abrili”, maggio “maiu”, giugno “lampadas” (il 24 giugno si accendono i fuochi rituali di San Giovanni), luglio “treulas”, agosto “austu”.   

Dalle storie tipiche di molti paesi del Campidano di Cagliari, si evince una credenza la quale vuole  che i nati la notte di Natale avessero la particolarità di non perdere denti e capelli durante la vita e di mantenere il corpo incorrotto anche dopo la morte (“chini nascidi sa nott’è xena non purdiada asut’è terra”). Nel Logudoro invece si riteneva che coloro che nascevano in quella notte, potessero preservare dalle disgrazie sette case del vicinato. D’altra parte, le donne che praticavano la divinazione e la magia bianca, cioè coloro che la tradizione sarda a seconda delle aree di appartenenza definiva: “bruxas” o “deinas”, quando sentivano approssimarsi la loro fine, preparavano alla successione un’altra persona di fiducia per trasmetterle conoscenza e poteri e di norma questo passaggio si effettuava soltanto nel periodo che intercorre tra Natale e l’Epifania.
Durante il periodo natalizio si respirava anche anticamente la classica atmosfera natalizia, data dall’alta concentrazione di gente che assisteva alla messa (ad eccezione delle donne in lutto che la notte restavano a casa e partecipavano alla prima orazione del giorno dopo) e dalla generale animazione che coinvolgeva tutti. La notte della vigilia era ed è ancora detta “sa nott’e xena”. Spesso in alcuni piccoli centri della Sardegna si poteva assistere durante la messa della notte di Natale a scherzi goliardici e battute che potevano strappare risate e allegria. A questo si aggiungeva l’abitudine dei sardi di sparare archibugiate in segno di giubilo nei pressi dei portoni di chiesa dal principio alla fine della messa.  Finita la messa, la maggior parte della gente se ne tornava a casa, mentre per strada restavano soltanto sparuti gruppi di giovani che ballavano, cantavano sino alle prime luci dell’alba.

In una tavola imbandita della Sardegna non manchi un pezzo d’agnellino arrosto o cotto il tegame nella notte della vigilia o il giorno di Natale. Infatti secondo la tradizione sarda mangiare l’agnello a Natale è un modo per ringraziarlo e onorarlo, e con lui ringraziare e onorare la terra che lo ha cresciuto. Caratteristici poi i dolci natalizi. Ecco infatti le “pabassinas a mustazzolu” che sono tra  i nostri dolci più conosciuti. Si chiamano così per differenziarle dalla vere pabassine, quelle con molta uvetta, sapa, cotte in pentola e poi sagomate anche a rombi, ma con una consistenza differente. Queste sono, invece, le pabassine a biscotto. Cotte in forno, si fanno diverse a seconda della zona. C’è chi le fa con le noci e senza glassa, chi con le mandorle, con o senza anice. Ricoperte di glassa vengono arricchite da decori in carta d’oro o diavoletti colorati. Ancora dolci senza dimenticare i “gueffus” o “sospiri nuoresi”,  gli amaretti e le “sebadas”.
Anche in Sardegna la tradizione del presepe è presente e radicata, basta ricordare infatti la sua preparazione che presenta talvolta aspetti artistici rilevanti sia per quanto riguarda le tecniche costruttive che per la scelta di materiali, esistono presepi in miniatura, in legno dipinto a mano, in sughero che sono del tutto caratteristici.

Maria Lucia Meloni

Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Dicembre 2011 12:33